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DON MILANI : invito ad organizzarsi

SEMINARIO “INVITO AD ORGANIZZARSI”- CAMERA DEL LAVORO- MILANO

6/02/2018

Un invito ad organizzarsi” è la frase scritta da Don Milani come introduzione al libro “Lettera a una Professoressa”.

Marianna Saracena : ha lavorato come docente di scuola primaria, agli inizi degli anni settanta nel quartiere Comasina di Milano. Gran parte degli alunni proveniva da famiglie povere costrette a vivere in mini alloggi.

La classe in cui lavorò la docente Saracena fu una seconda che presentava molti alunni ripetenti: erano alunni ribelli per cui la scuola appariva come nemica e spesso sapevano parlare solo in dialetto.

Pertanto l’attenzione dell’insegnante fu concentrata nella lettura, in classe si leggeva sempre, in particolar modo i quotidiani che scrivevano sul quartiere Comasina: in questo modo la lettura diventava di fatto una lettura critica in cui gli alunni stessi commentavano gli articoli di giornale.

Poco alla volta la classe fece gruppo accogliendo i nuovi inserimenti e fondamentale fu la partecipazione alle rivendicazioni sociali, come ad esempio l’apertura dei Consultori Familiari.

Patrolcini ; l’analisi parte dalla considerazione che, proprio a ridosso della pubblicazione del libro della scuola di Barbiana, furono varate importanti riforme scolastiche che portarono al tempo pieno, alla nascita della scuola materna statale, fino ai Decreti Delegati(1974/75).

Tuttavia occorre osservare come la scuola italiana non fosse affatto di massa; ad esempio solo il 40% degli iscritti superava la scuola media per cui esisteva una forte sacca di esclusi che andava così a lavorare.

Anche allora esisteva una forte diffidenza verso i partiti, molto rigidi e strutturati ideologicamente per cui l’alternativa era sociale ossia la partecipazione alle rivendicazioni di piazza per ribaltare le disuguaglianze.

Infine Patrolcini ribadisce il ruolo fondamentale svolto da intellettuali quali Dolci, Pasolini, don Milani, la cui lezione influiva grandemente nella spinta di modrenizzazione del paese.

Don Gino Rigoldi: sottolinea l’importanza d’investire nel sociale, favorendo l’istituzione di progetti quali le case-alloggio aperte alle giovani famiglie attraverso affitti calmierati o quelli che mirano al reinserimento dei giovani carcerati nel mondo del lavoro.

L’importante è non avere paura dell’altro ed avere la capacità di relazionarsi, creando così legami saldi.

Don Rigoldi afferma che a scuola occorre fare gruppo, costruire relazioni basate sulla bellezza, sul senso di giustizia ed uguaglianza.

Corrado Mandreoli : gli anni delle rivendicazioni sociali, proprie degli anni settanta, hanno avuto come sfondo un contesto nel quale le persone volevano fondamentalmente migliorare sia la loro condizione sociale sia quella umana. Andare avanti negli studi, nella formazione significava migliorarsi e cercare spazi per aggregarsi e discutere sulle scelte da compiere.

Mandreoli fa osservare come in quegli anni la fabbrica fosse il luogo dove si disegnava il modello di società italiana, basata sulla disuguaglianza, sul differente trattamento tra impiegati e operai. In questo contesto il decennio di rivendicazioni sociali hanno portato ad esempio all’abolizione delle scuole speciali, in quanto in quelle generazioni l’attenzione era anche rivolta a chi soffriva cercando così di accorciare la forbice fra chi sta bene e chi sta male. Ora gli spazi non sono di relazione ma di consumo.

La politica era parte di noi : spesso il politico aveva rapporti, relazioni con la base a differenza dell’attuale classe dirigente fatta di professionisti della politica stessa che compaiono principalmente in televisione o nel web.

Raffaele Mantegazza : docente all’università Bicocca.

Mantegazza inizia il suo intervento dalla costatazione secondo la quale i giovani sono stanchi di sentirsi dire che noi eravamo bravi e loro no.

Va mutato l’approccio : il ’68 va raccontato per dire che anche noi eravamo fragili, avevamo paura e allora ci siamo messi insieme, così come fecero i partigiani, persone normali che hanno avuto la forza d’andare avanti.

I giovani soffrono molto, allora proviamo ad ascoltarli e a leggere i loro linguaggi.

Noi adulti non abbiamo grandi certezze ma proviamo a raccontare le nostre esistenze.

Dobbiamo partire dalle differenze tra noi e loro ed è in questo spazio dove l’adulto ascolta e racconta che nasce la relazione. Si può crescere solo con gli altri trasmettendo quella fiducia di base che nasce proprio perché si sta insieme e l’altro è parte di me.

Ad Arcore si è aperta una scuola di politica dove la partecipazione dei giovani è molto alta e i giovani vogliono apprendere . La paura si vince solo stando insieme.

Alba Sasso : la politica è in primo luogo rispetto verso gli altri. Don Milani scrisse che “amare i poveri è fare politica”.

Sasso osserva che attualmente il problema scolastico più urgente consiste nella lotta della dispersione scolastica(le statistiche indicano un tasso nazionale del 14%).

In Puglia è stato avviato un progetto, DRITTI A SCUOLA, che ha ridotto dal 26% al 20% il tasso regionale di dispersione.

Lo scopo della scuola dovrebbe essere di rendere visibili gli invisibili, entrando così in sintonia con l’articolo 3 della Costituzione che afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli al pieno raggiungimento del benessere della persona.

Alba Sasso sottolinea la necessità di domandarci quale cultura insegnare oggi a scuola, cosa va insegnato per far uscire i giovani dalla solitudine, dall’emarginazione.

In questa ottica risulta fondamentale partire dall’osservazione che se nel ’68 tutto progrediva, oggigiorno vi è una grande regressione per cui anche i migliori, per problemi economici, non s’iscrivono alle università, chi non sta bene non ha modo di crescere.

Impera l’individualismo più sfrenato per cui di fronte ai problemi la soluzione non è mai collettiva, solo il singolo va avanti.

La lezione di don Milani consiste nel rimboccarci le maniche, recuperando la funzione della scuola come luogo luogo che accoglie, creando relazioni.

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